Da circa duecento anni, ovvero dall’avvento del metodo di produzione industriale e dei processi di nazionalizzazione in Europa - entrambi cambiamenti di lungo termine che sul piano culturale hanno promosso il valore dell’utile -, il concetto di “letteratura” assieme a quello più generale di “arte” ha subito profonde trasformazioni. Si può dire in un certo senso che ciò che il senso comune intende comunemente oggi per letteratura sia nato proprio allora, sia in termini definitori che in termini di prassi.
Rispetto ai processi di nazionalizzazione - intendendo con ciò non solo il consolidamento del modello istituzionale dello Stato nazione, ma anche la diffusione della cultura politica che ne legittima l’esistenza attraverso l’idea di identità nazionali esclusive e di autodeterminazione assoluta dei popoli -, la letteratura è diventata un canone di testi il cui valore è istituzionalmente riconosciuto e trasmesso alle nuove generazioni a riprova e conservazione di una unità linguistico-culturale che nel migliore dei casi rivendica di contribuire in modo autonomo a un più ampio sviluppo culturale internazionale e spesso si spinge sino a usarla come argomento di prestigio nella competizione fra le nazioni. Sebbene in ambito di ricerca scientifica e, in misura purtroppo assai inferiore, di manualistica scolastica questa concezione della letteratura sembri ampiamente superata, essa continua ad essere perpetuata organizzativamente da un ordinamento disciplinare che tanto nella scuola quanto nell’università continua a fare del nazionalismo metodologico la base degli studi letterari. In aggiunta, la tautologia di potere che riduce la letteratura a un canone di testi e autori istituzionalmente riconosciuti rimane un pregiudizio pressoché intatto, che giustifica la trattazione prevalentemente cronologica e storiografica della disciplina nella didattica di base (l’evoluzione dei rapporti di potere essendo molto più linearmente dipendente dalla dimensione temporale rispetto ai cambiamenti nelle manifestazioni artistico-letterarie).
Rispetto all’avvento del metodo di produzione industriale e del correlato imperativo di “funzionalità” (su cui Francesco Orlando ha scritto pagine indimenticabili nel suo monumentale Gli Oggetti desueti nelle immagini della letteratura), la letteratura come nozione e come attività si è invece trovata ad arroccarsi in uno spazio mitico all’interno della società che, pur contrapponendosi intimamente all’ossessione utilitarista e accentuando enormemente lo sviluppo di esperienze autentiche improntate alla gratuita ricerca artistica ispirata dal valore autonomo del bello, a livello mass-mediatico non ha mancato di venire - intenzionalmente o meno - ricondotto a un ben preciso mercato e ad una specifica “attività professionale”. È questa seconda sfumatura di significato che fa oggi della letteratura un sinonimo di produzione discorsiva immaginaria e che la confina, a volte in modo comicamente rigido, in quei generi di scrittura che aboliscono la necessità di distinguere il vero dal falso: le scritture liriche, narrative e teatral-cinematografiche. Qui non sono tanto la scuola e l’accademia a perpetuare il pregiudizio, ma la continuità stessa con cui è andata aumentando sulla vita individuale la pressione di un imperativo socialmente determinato che si vuole genericamente funzionalista ma che è in realtà funzionale rispetto a ben limitati obiettivi (produttività? competitività? Si badi bene, anche qui torna surrettiziamente il nazionalismo metodologico dato che la frenesia produttiva e competitiva fine a se stessa non è altro che il riflesso di una gara per la vita o la morte di sistemi sociali definiti da istituzioni statuali).
In questo preciso senso si capisce perché la letteratura-immaginario diventa sinonimo di evasione ed esprime un bisogno che si traduce in domanda e incontra una precisa offerta da parte di operatori economici.
Ma negli studi scientifici, come si è evoluto il concetto di letteratura sull’arco degli ultimi due secoli? È possibile individuare, attraverso una rigorosa delimitazione del concetto, un campo di indagine scientifica autonomo? Che cosa lega, al di là delle differenze sopra accennate, il concetto odierno di letteratura a concetti e pratiche affini in epoche precedenti e in altre tradizioni culturali dell’umanità? Se in qualche senso la pratica letteraria si può considerare una costante interculturale, quali ne sono le ragioni biologiche e che cosa dovrebbe implicare tutto ciò rispetto al nostro approccio metodologico allo studio e all’insegnamento della letteratura? Queste sono le principali questioni di ricerca che ispirano l’attività di CesUE in materia.

 

 

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